Il progetto nasce dal rientro di una giovane coppia nella propria terra d’origine, dopo un periodo di sospensione collettiva che ha ridefinito priorità e modalità dell’abitare. L’appartamento, costruito negli anni Ottanta, rifletteva un modello ormai superato: sequenze chiuse, gerarchie rigide, spazi incapaci di accogliere una dimensione contemporanea della vita domestica. L’intervento non si limita a una redistribuzione funzionale, ma introduce un nuovo principio ordinatore. Il fulcro del progetto è una collezione musicale — oltre 2500 dischi — che da archivio personale diventa struttura spaziale. La libreria assume così un ruolo ambivalente: elemento di separazione e dispositivo di connessione. Non è un semplice contenitore, ma una soglia abitata, capace di articolare lo spazio e costruire relazioni visive e fisiche tra gli ambienti. Attorno ad essa, la zona giorno si riconfigura come sistema fluido, aperto a diverse modalità d’uso. La casa si adatta, si apre e si chiude. Una porta scorrevole permette di modulare il grado di continuità tra gli spazi principali, introducendo una variabilità che risponde ai ritmi della vita quotidiana. In questo nuovo assetto, la cucina perde il suo carattere marginale e diventa centro relazionale, luogo di condivisione e permanenza. Parallelamente, la zona notte viene ridefinita attraverso una maggiore articolazione funzionale, con la creazione di due ambienti bagno distinti. Il progetto si completa attraverso un uso intenzionale del colore, che non è decorazione ma strumento spaziale. Le superfici contribuiscono a definire profondità, gerarchie e identità, restituendo alla casa un carattere deciso, coerente con quello dei suoi abitanti. L’abitazione si trasforma così in un dispositivo dinamico, in cui memoria, uso e spazio si sovrappongono, costruendo un equilibrio tra dimensione privata e apertura verso l’altro